Venerdì, 20 Apr 2018
 
 
Approfondimenti
Alla ricerca della verità del proprio essere PDF Stampa E-mail

..la quaresima è il tempo del ritrovamento della propria verità e autenticità...
di Enzo Bianchi

Ogni anno ritorna la quaresima, un tempo pieno di quaranta giorni da vivere da parte dei cristiani tutti insieme come tempo di conversione, di ritorno a Dio. Sempre i cristiani devono vivere lottando contro gli idoli seducenti, sempre è il tempo favorevole ad accogliere la grazia e la misericordia del Signore, tuttavia la Chiesa – che nella sua intelligenza conosce l’incapacità della nostra umanità a vivere con forte tensione il cammino quotidiano verso il Regno – chiede che ci sia un tempo preciso che si stacchi dal quotidiano, un tempo “altro”, un tempo forte in cui far convergere nello sforzo di conversione la maggior parte delle energie che ciascuno possiede. E la Chiesa chiede che questo sia vissuto simultaneamente da parte di tutti i cristiani, sia cioè uno sforzo compiuto tutti insieme, in comunione e solidarietà. Sono dunque quaranta giorni per il ritorno a Dio, per il ripudio degli idoli seducenti ma alienanti, per una maggior conoscenza della misericordia infinita del Signore.
La conversione, infatti, non è un evento avvenuto una volta per tutte, ma è un dinamismo che deve essere rinnovato nei diversi momenti dell’esistenza, nelle diverse età, soprattutto quando il passare del tempo può indurre nel cristiano un adattamento alla mondanità, una stanchezza, uno smarrimento del senso e del fine della propria vocazione che lo portano a vivere nella schizofrenia la propria fede. Sì, la quaresima è il tempo del ritrovamento della propria verità e autenticità, ancor prima che tempo di penitenza: non è un tempo in cui “fare” qualche particolare opera di carità o di mortificazione, ma è un tempo per ritrovare la verità del proprio essere. Gesù afferma che anche gli ipocriti digiunano, anche gli ipocriti fanno la carità (cf. Mt 6,1-6.16-18): proprio per questo occorre unificare la vita davanti a Dio e ordinare il fine e i mezzi della vita cristiana, senza confonderli.

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Abitare la Terra - Un augurio per il Natale PDF Stampa E-mail

 

La decisione di Dio di “abitare” in mezzo agli uomini é il motivo fondamentale del Natale: così la Liturgia ci dà l’occasione di riflettere sul nostro “oggi” e sul nostro “abitare” il mondo, in cui anche Dio ha posto la sua “dimora”.

Pessoa, un poeta portoghese, esprime tutta l’angoscia di un abitare senza senso e radici:

Porto dentro il mio cuore, come un cofanetto pieno che non si può chiudere, tutti i luoghi dove sono stato, tutti i porti a cui sono arrivato, tutti i paesaggi che ho visto da finestre o da oblò, o dai ponti di poppa delle navi, sognando, e tutto questo, che è tanto, è poco per quello che voglio.

Ho viaggiato per più terre di quelle che ho toccato... Ho visto più paesaggi di quelli su cui ho posato gli occhi... Ho fatto esperienza di più sensazioni di tutte le sensazioni che ho sentito, perché, per quanto sentissi, sempre qualcosa mi mancava, e la vita sempre mi afflisse, sempre fu poco, e io infelice.

Non so se la vita è poco o è molto per me. Non so se sento troppo o poco, non so.

Se mi manca lo scrupolo spirituale, il punto di appoggio dell'intelligenza, la consanguineità con il mistero delle cose, scossa ai contatti, sangue sotto i colpi, fremito ai rumori, o se un altro significato più comodo e felice c'è per questo.

Sia come si vuole, era meglio non essere nato, perché , per quanto interessante in ogni momento, la vita finisce per dolere, nauseare, tagliare, radere, stridere, a dar voglia di urlare, saltare, restare per terra, uscire fuori da tutte le case, da tutte le logiche e da tutte le pensiline, e andare a essere selvaggi verso la morte fra alberi e oblii, fra cadute, e pericoli e assenza del domani, e tutto ciò dovrebbe essere un'altra cosa più vicina a ciò che penso, a ciò che penso o sento, che non so nemmeno cosa sia, oh vita”.

Occorre riscoprire il valore e il significato dell’intuizione che assume l’incarnazione come il punto di partenza del cammino, di un Dio che, spogliandosi, si fà nostro vicino ed “abitante” della nostra realtà.  Abitare la terra non é possederla, non é sfruttarla, non é approfittarne; abitare “in mezzo” non é solo desiderio di compagnia, ma di abitare “dentro”, di mettere le proprie “radici”. Così lo stile di Gesù, il Figlio di Dio, richiama anche noi ad uno stile di vita e ad un modo “nuovo” di vedere il mondo e la realtà.

L’invito ad “abitare” si estende così a tutti quelli che vivono nel mondo da “ospiti” (che stanno a guardare) o da “stranieri” (che sono esclusi), per scelta propria o altrui: tutti siamo chiamati ad “abitare”, a contribuire al progetto di Dio e a costruire un mondo con “Sapienza” (l’altro nome con cui la Liturgia ci parla “oggi” di Gesù).

Allora sapremo vivere la preghiera di san Tommaso Moro: "Signore dammi la forza di cambiare le cose che posso modificare e la pazienza di accettare quelle che non posso cambiare e la saggezza per distinguere la differenza tra le une e le altre. Dammi Signore, un anima che abbia occhi per la bellezza e la purezza, che non si lasci impaurire dal peccato e che sappia raddrizzare le situazioni. Dammi un’ anima che non conosca noie, fastidi, mormorazioni, sospiri, lamenti. Non permettere che mi preoccupi eccessivamente di quella cosa invadente che chiamo 'io'. Dammi il dono di saper ridere di una facezia, di saper cavare qualche gioia dalla vita e anche di farne partecipi gli altri. Signore dammi il dono dell'umorismo." (Tommaso Moro 1587: Preghiere della Torre)

 
Oltre il Muro. La storia continua

di Antonio Martino

È accaduto tutto molto rapidamente ed è raro che cambiamenti tanto importanti e così rapidi avvengano senza spargimenti di sangue e senza passaggi autoritari. Quel 9 novembre 1989 sembrò davvero la vittoria dei migliori valori occidentali, come la libertà e la democrazia, che si erano imposti non con la prevalenza della forza ma per la diffusione irresistibile di una persuasione che si era fatta strada spontaneamente.Sappiamo, naturalmente, che i processi storici non sono mai semplici e lineari e, già allora, ci fu chi cercò di scavare dietro quel rovesciamento - apparentemente impossibile, eppure così reale - di assetti di potere, metodi polizieschi e meccanismi di consenso lungamente collaudati, dubitando dell’immagine idilliaca trasmessa dalla “rivoluzione di velluto”. Ma, ad appannare l’immagine dei fatti del 1989, sono stati soprattutto gli eventi successivi, il mondo che ne è emerso e molti sviluppi tanto tragici quanto inattesi. Il 1989 è stato salutato da tanti come la fine della “guerra fredda”, ma dopo la caduta del Muro di Berlino non è venuta la pace e, anzi, la guerra è tornata all’ordine del giorno in tanti luoghi diversi, dai Balcani all’Africa, dal Medio Oriente all’Afghanistan. E, sorpresa ancora maggiore, è tornata ad imporsi come una realtà inevitabile, quasi normale, anche presso l’opinione pubblica - in particolare quella europea - che non solo aveva ripudiato la guerra come strumento ordinario di soluzione dei conflitti, ma si era anche convinta che si trattasse di un’inutile tragedia, destinata ad un progressivo declino, almeno nei Paesi più avanzati.

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Paolo VI Beato

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Piazza San Pietro - Domenica 19 ottobre 2014

Abbiamo appena ascoltato una delle frasi più celebri di tutto il Vangelo: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22,21).

Alla provocazione dei farisei che, per così dire, volevano fargli l’esame di religione e condurlo in errore, Gesù risponde con questa frase ironica e geniale. È una risposta ad effetto che il Signore consegna a tutti coloro che si pongono problemi di coscienza, soprattutto quando entrano in gioco le loro convenienze, le loro ricchezze, il loro prestigio, il loro potere e la loro fama. E questo succede in ogni tempo, da sempre.

L’accento di Gesù ricade certamente sulla seconda parte della frase: «E (rendete) a Dio quello che è di Dio». Questo significa riconoscere e professare - di fronte a qualunque tipo di potere - che Dio solo è il Signore dell'uomo, e non c’è alcun altro. Questa è la novità perenne da riscoprire ogni giorno, vincendo il timore che spesso proviamo di fronte alle sorprese di Dio.

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