Martedì, 21 Ago 2018
 
 
Approfondimenti
Coraggio, sono io PDF Stampa E-mail

di don Massimo Orizio - Presentazione dell'icona biblica dell'anno (Consiglio Diocesano 6 settembre 2014)

 Dal Vangelo secondo Marco (6,45-52)

Dopo che furono saziati i cinquemila uomini, Gesù ordinò ai discepoli di salire sulla barca e precederlo sull'altra riva, verso Betsaida, mentre egli avrebbe licenziato la folla. Appena li ebbe congedati, salì sul monte a pregare.

Venuta la sera, la barca era in mezzo al mare ed egli solo a terra. Vedendoli però tutti affaticati nel remare, poiché avevano il vento contrario, già verso l'ultima parte della notte andò verso di loro camminando sul mare, e voleva oltrepassarli.

Essi, vedendolo camminare sul mare, pensarono: "È un fantasma", e cominciarono a gridare, perché tutti lo avevano visto ed erano rimasti turbati. Ma egli subito rivolse loro la parola e disse: "Coraggio, sono io, non temete!". Quindi salì con loro sulla barca e il vento cessò.

Ed erano interiormente colmi di stupore, perché non avevano capito il fatto dei pani, essendo il loro cuore indurito.

Proviamo a leggere questo brano attraverso tre movimenti: il contesto, le azioni, i significati.

In primo luogo osserviamo il contesto.

“Coraggio, sono io, non temete” è il punto verso cui tutto il brano conduce. Un “io”, un’identità che si oppone alla prima impressione dei discepoli: “E’ un fantasma!”

Tutto il vangelo, in fondo, è un sentiero, una mappa che, disseminata di parole-eventi-gesti ci vuole condurre a un riconoscimento: scoprire nel volto di Gesù la traccia della presenza di Dio. All’inizio del vangelo di Marco (“inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio” 1,1), a metà (“Tu sei il Cristo” 8,29) e alla fine (“Davvero quest’uomo era Figlio di Dio” 15,39) riecheggia questa ardente ricerca, che è diventata scoperta stupefatta.

La fede, in fondo, non è altro che questo riconoscimento, che diventa gioia, adesione, discepolato, in una parola, vita nonostante le incertezze, i dubbi, gli insuccessi e il peccato.

Ci avviciniamo di più al brano, ora.

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LA MONTAGNA E IL TEMPO DELL'AVVICINAMENTO

di Giovanni Grandi (giovannigrandi.it)

«Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto?» La domanda del salmista (Sal 120,1) è in fondo quella che affiora sulle labbra di ciascuno di noi quando la fatica sembra prevalere sulle nostre forze. Intuiamo facilmente il momento: il passo rallenta, ci si ferma, lo sguardo si stacca dal terreno e prova a misurare la distanza dalla vetta, figura ideale di ogni progetto realizzato, di ogni obiettivo finalmente raggiunto. Forse vorremmo poter proseguire senza esitazioni con le parole del Salmo, con l’energia ritrovata che trapela dal controcanto: «Il mio aiuto viene dal Signore, che ha fatto cielo e terra». Forse vorremmo, ma la vita – specialmente la vita adulta – ci sorprende più spesso sospesi tra il primo e il secondo versetto. La vita si snoda a lungo in quella dimensione che per gli alpinisti è l’«avvicinamento». 

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Preghiera di un Ebreo per i bambini di Gaza

di Bradley Burston

Se c’è mai stato un momento per pregare, esso è ora.
Se c’è mai stato un luogo abbandonato, esso è Gaza.
Signore, Creatore di tutti i bambini,
ascolta la nostra preghiera in questo giorno maledetto.

Dio, che noi chiamiamo Benedetto,
rivolgi il tuo sguardo verso di loro, i bambini di Gaza,
affinché possano conoscere le tue benedizioni e la tua protezione,
affinchè possano conoscere la luce ed il calore
dove ora non ci sono che tenebre e fumo
ed un freddo che avvizzisce e dilania la pelle.

Onnipotente, tu che fai eccezioni fai un’eccezione per i bambini di Gaza.
Proteggili da noi e dai loro. Risparmiali. Salvali.
Lasciali vivere in tutta sicurezza. Liberali dalla fame e dall’orrore,
dalla furia e dal dolore. Liberali da noi e dai loro.
Dona loro di ritrovare la loro infanzia ed il loro diritto di nascere,
che è un’anteprima di Paradiso.

Ravviva nella nostra memoria, o Signore, le sorti del bambino Ismaele,
padre di tutti i bambini di Gaza.
Come il bambino Ismaele è stato senz’acqua
e lasciato a morire nel deserto di Beer-Sheba,
così privato di ogni speranza che sua madre non poteva sopportare
di vedere la sua vita perdersi via nella sabbia.
Sii quel Signore, il Dio del nostro consanguineo Ismaele,
il quale ha udito il suo grido
e ha inviato un suo angelo per confortare sua madre Hagar.

Sii quel Signore, tu che rimanesti con Ismaele quel giorno e tutti i giorni successivi.
Sii quel Dio, di ogni misericordia, che ha aperto gli occhi di Hagar
in quel giorno e le ha mostrato il pozzo
affinché ella potesse dare da bere al piccolo Ismaele e salvargli la vita.
Allah, che noi chiamiamo Elohim, tu che doni la vita,
che conosci il valore e la fragilità di ogni vita, invia i tuoi angeli a questi bambini.
Salvali, i bambini di quel luogo, Gaza la più bella, Gaza la dannata.

In questo giorno in cui l’ansia, la collera e il lutto che viene chiamato guerra
colgono i nostri cuori e li coprono di cicatrici,
invocandoti, Signore, il cui nome è pace:
benedici quei bambini e proteggili dal male.
Volgi lo sguardo verso di loro, Signore.
Mostra loro, come se fosse per la prima volta, la luce e la bontà,
e la tua benevolenza travolgente.
Guardali, Signore. Permetti loro di vedere il tuo volto.
E, come se fosse per la prima volta, dona loro la pace.

(Bradley Burston, del quotidiano Haaretz)

 
Il Meeting diocesano

di Luciano Costa - Bresciaoggi

A volte il bello, lo straordinario, l´imperdibile, la stessa idea di felicità, non stanno sopra, ma sotto e per trovarli è necessario grattare la crosta, fare quattro passi in più, uscire dal solito circolo, abbandonare il tappeto rosso, accettare di essere viandanti qualsiasi nella città dell´uomo. Ieri, in un fazzoletto di città grande più o meno come un paese, tutto questo, senza logiche programmatiche, è accaduto.
Sacro e profano, giovane e vecchio, normale e luxury si sono sfiorati e mischiati. Grattata la crosta, però, appena sotto lo strato dell´ovvietà, sono emerse la bellezza e la felicità regalata dal poco, dal pensiero pensato, dalle cose fatte insieme, dai ricordi rinnovati, dalle riflessioni attorno a ciò che siamo stati e che il popolo dell´Azione cattolica, un popolo senza età o di tutte le età, metteva in mostra per dimostrare che un mondo migliore è possibile, che senza memoria non c´è futuro, che con un poco di Vangelo in più, anche andare oltre le crisi e le avversità diventa più facile.
Sulle pendici del castello, nel grande cortile degli Artigianelli, più di millecinquecento tra ragazzi giovani e adulti dell´Azione cattolica erano riuniti per l´annuale meeting; a due passi da loro, un centinaio di vecchi alunni, detti anche «ex», delle scuole Piamartine, ricordando i bei tempi passati celebravano ricordi e affetti; in viale Venezia e in giro per la città altre migliaia di persone - nostrane, italiane, straniere - erano lì in attesa dell´arrivo della Mille Miglia e per salutare vincitori e vinti; nella Cattedrale di Brescia, alle 11, il vescovo Luciano celebrava la messa per quelli del meeting dell´Azione cattolica, per gli ex alunni degli Artigianelli e per i tanti, davvero tanti, che alla piazza (impraticabile a causa dei tendoni messi a dimora per dare ospitalità e buon cibo ai «temerari della corsa più bella del mondo») avevano preferito il raccoglimento dell´imponente basilica.

Tutto bello, tremendamente emozionante, coinvolgente, appagante. Con un di più interamente assegnato a quei «quasi millecinquecento» (arrivati da ogni parte della diocesi con i mezzi più disparati), che insieme, dopo aver pregato e cantato secondo lo spirito cristiano più genuino, quello che nonostante i tempi e le mode che spingono altrove non diminuisce mai d´intensità, ricordavano eventi e rileggevano
le pagine di una storia che i giovani non sanno poiché i vecchi, purtroppo, in molti casi l´hanno già dimenticata.

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