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di Andrea Re
Famiglia, lavoro e festa sono ambiti messi alla prova nel momento storico che stiamo attraversando. In particolare la discussione verte attorno al "modello", o meglio "ai modelli", che finora hanno tenuto assieme queste tre dimensioni nel nostro mondo occidentale e che potremmo dividere in due grandi aree. Da un lato c'è il modello anglosassone, che ha costruito nel corso degli anni società più aperte e sistemi socio-economici più solidi e virtuosi, o quantomeno più equi, ma nei quali in molti casi la famiglia quasi non esiste più, polverizzata da un individualismo sfrenato che macina ogni genere di relazione.
A questo si contrappone il modello mediterraneo, nel quale la famiglia sembra continuare a reggere, nonostante tutto. È una famiglia allargata, che si fa carico del welfare statale che non c'è, dentro una società bloccata, quasi chiusa su se stessa. La mancanza di opportunità per i giovani determina una dipendenza prolungata dalle famiglie, anche oltre il limite della virtuosa solidarietà tra generazioni. L'occupazione femminile ai minimi spesso non è indice della scelta di una speciale dedizione alla famiglia, ma piuttosto di una rinuncia determinata dall'assenza di reali possibilità lavorative.
È dunque indispensabile scegliere tra questi due modelli, prendendo a scatola chiusa pregi e difetti dell'uno o dell'altro, oppure è possibile immaginare altre vie verso il futuro per il trinomio famiglia-lavoro-festa?
Per come si presenta, il quadro stesso sembra dire il bisogno di tracciare un nuovo inizio, fondato su alcuni pilastri essenziali.
La famiglia rimane certamente la cellula fondamentale della società, in cui si esprimono l'amore gratuito e la cura per l'altro, in cui si forma e cresce la vita e l'identità della persona. L'importanza del ruolo sociale della famiglia, dunque, non può più essere solamente proclamata a parole e data per scontata, ma deve essere riconosciuta anche attraverso scelte chiare.
Tra queste un'attenzione primaria e concreta spetta certamente ai giovani e alle donne, innanzitutto dando priorità all'istruzione, alla crescita culturale e alla formazione come diritto di cittadinanza e motore di reale sviluppo, che conduca al riconoscimento di una dignità piena attraverso la realizzazione umana e professionale.
È una questione di diritti, ma anche di intelligenza sociale. Quale società che oggi abbia ambizione di guardare al futuro può permettersi di lasciare fermi, senza lavoro o senza studio, più di un terzo dei giovani e delle donne, rinunciando in partenza ad una fetta tanto grande dell'energia e della novità giovanile, della creatività, della cura e della determinazione femminile?
Senza cadere nella retorica, però, ogni investimento potrà tradursi in concreta possibilità solo attraverso un rinnovamento di mentalità collettivo.
Come adulti cristiani e italiani serve una rinnovata fiducia educativa che sappia unire la libertà all'autenticità delle radici, accanto al coraggio di riconoscerci tutti, donne e uomini, come persone con piena dignità.
Come giovani è necessario riscoprire la determinazione e la creatività che permettono di mettersi in gioco in prima persona per immaginare e costruire un domani possibile, accanto al coraggio della fatica e di scelte grandi e impegnative, anche quando la loro portata le rende quasi totalizzanti.
Come società è indispensabile mantenere la barra ferma su una rivoluzione etica che porti a liberare risorse per destinarle a queste e altre scelte importanti. |